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I tedeschi stanno minando la diga dello Scandarello


2011
09.12

“….una sera il tenente sbandato Ciccioli Guglelmo mi comunicava una triste notizia: i tedeschi stanno minando la diga dello Scandarello. La notte la passai insonne, pensavo come salvarla: mia moglie singhiozzava. La mattina del 15 (giugno 1944) informai mio fratello (carabiniere Antonio) e Checco (Francesco Gabrielli, amico)…..e’ necessario raggiungere L’Aquila gia liberata dai partigiani. Il comandante della piazza Leopardi ci mise a disposizione un Capitano che doveva coordinarci per trovare un artificiere. Ci presento’ un tenentino che tremava solamente a sentire quello che c’era da fare. Mio fratello Antonio disse: “lasciamolo stare , questo ci muore per strada”. Antonio rintraccio’ un maresciallo artificiere che non era propenso a venirci…… ma riuscimmo a convincerlo. Arrivammo all’una dopo mezzanotte del 17 ad Amatrice dopo aver percorso chilometri a piedi sotto una pioggia battente. Giungemmo alla diga con altri volenterosi. Primo compito occorreva rimuovere tutte le mine a strappo poste all’esterno della galleria. Collegate con fili di ferro, se ci inciampavi era finita. Occorreva fare un passamano per portare all’esterno tutto il materiale esplosivo (in totale risulto’ in ben 56 quintali)! Occorevano altri uomini. Usci’ mio fratello per cercarli. Restai io, il maresciallo di Sabato e il sergente Pellicciari…. Dopo accatastate molte mine apparvero quelle ad orologeria. Il maresciallo esclamo’: Via Muzi…sara’ bene guardare meglio….Passo quel mostro (la mina ad orologeria) al Pellicciari….mi avvicinai con l’acetilene….si noto’ una seconda mina ad orologeria….quel tic tac delle mine ci terrorizzava…. Riuscimmo a depositare quelle mine nella boscaglia e ci allontanammo. La diga era salva e insieme a noi tante migliaia di cittadini e miliardi di danni”.

Il racconto del partigiano Alfredo http://it.wikipedia.org/wiki/Alfredo_Muzi che insieme ad altri valorosi uomini, salvò la Valle del Tronto ed Ascoli Piceno, da una scongiurata catastrofe.
http://www.ilgiornaledirieti.it/leggi_articolo_f1.asp?id_news=25604

Matteo

Monte Tancia aprile 1944


2010
04.22

Il Manifesto 20.04.2010
APERTURA   |   di Marco Lupo

25 APRILE

È ora di ricordare

Aprile 1944, SS e repubblichini salgono il Monte Tancia in Sabina. Quando scendono, nel bosco ci sono 18 morti

Marzo del 1944: una pattuglia nazista che sta cercando i resti di un caccia tedesco abbattuto dagli inglesi nella zona di San Sebastiano trova una camionetta con il corpo di un maresciallo tedesco ucciso dai partigiani. Siamo nella Bassa Sabina, dove a partire dal giorno dell’armistizio i nazifascisti rastrellano tutte le piccole frazioni e i borghi in cerca di uomini e giovani da arruolare nella Repubblica di Salò. Intanto le file dei partigiani si ingrossano di renitenti alla leva, e spesso anche di giovani repubblichini.

A fine marzo i nazifascisti danno inizio alla rappresaglia: nella frazione di Gallo, otto civili vengono prelevati e condotti al carcere di Santa Scolastica di Rieti. Il parroco di Monte San Giovanni in Sabina, Giulio Ballarin, scrive subito una lettera al vescovo di Rieti Benigno Luciano Migliorini, informandolo dei fatti, e chiedendogli di intervenire. Inaspettatamente, gli uomini arrestati a Gallo vengono liberati.

7 aprile 1944
All’alba i camion tedeschi salgono sulle mulattiere che portano alle frazioni di Gallo e Sant’Angelo del Monte Tancia, due frazioni di Monte di San Giovanni in Sabina (Rieti). Gli uomini, nel timore del solito rastrellamento, si sono nascosti nei boschi, mentre le donne, i vecchi e i bambini restano nelle loro case. A Gallo, nelle prime ore del mattino, vengono uccisi tre anziani: hanno 73, 70 e 76 anni.

Intanto tedeschi e fascisti hanno accerchiato l’intera zona. Tre bambini vengono svegliati dalla madre per portare il bestiame al pascolo. Mentre sono occupati a condurre gli animali su un prato, sentono gli spari, e subito dopo le pallottole sibilanti. La più piccola dei tre bambini, undicenne, viene ferita ad una gamba ma si salva perché riesce a fuggire con gli altri due nel bosco. La bambina ferita si chiama Adriana Bonacasata, e ricorda perfettamente di aver sentito voci in italiano, mentre le sparavano. Infatti il prefetto di Rieti, Ermanno di Marsciano, ha invocato più volte l’aiuto dei tedeschi per rastrellare i ribelli e ora guida lui stesso i nazisti verso le case dei contadini, come testimoniato da Padre Gaetano Villa in una relazione al vescovo di Rieti.

I nazifascisti, arrivati alla frazione di Sant’Angelo, strappano le donne e i bambini dalle case e li spingono con forza nella cappella, sparano agli animali e li decapitano, mentre danno fuoco alle case. Per alcune ore le donne e i bambini pregano davanti all’altare della chiesa di San Michele Arcangelo. Verso le 16:30 vengono spinti fuori, alla luce del sole, e costretti a camminare per un centinaio di metri. Arrivati a una piccola siepe, sono costretti a saltarci sopra per cercare di scavalcarla. Un ragazzino tenta la fuga, fa trenta metri, e una fucilata lo abbatte. Gli altri vengono mitragliati sul posto: quattro madri (una incinta di sette mesi), una bambina di due anni, due bambini di quattro e due di sei, un bambino di nove anni e una bambina di undici, una ragazza di diciotto e la zia, più un vecchio di ottantaquattro anni.

Era Venerdì Santo, il 7 aprile del 1944. Oltre ai morti ci sono stati dei superstiti. Per esempio una bimba di tre mesi e una di sette anni. La madre, che qualche ora dopo sarebbe stata assassinata, stava stendendo le lenzuola, quando capì che erano arrivati i nazifascisti. Non poteva immaginare cosa sarebbe successo, ma per sicurezza avvolse la più piccola nel cappotto del marito, che era andato a rifugiarsi nei boschi. Alla sorellina più grande raccomandò di badare a quel fagotto che conteneva la piccola di pochi mesi, e lo depose tra i sassi. Poi, con l’intenzione di prendere degli abiti più pesanti, la madre andò a casa sua, e lì i tedeschi la fermarono. Non ci fu il tempo per tornare indietro. La bambina di sette anni, che doveva badare alla sorellina, sentì le grida e scappò. Il fagotto che conteneva la bambina di tre mesi fu ritrovato il giorno dopo dal padre. Giuseppe Bonacasata, tornato a Sant’Angelo, cercava la moglie e i suoi otto figli. Trovò tre dei suoi bambini morti accanto al corpo di sua moglie. Disperato, iniziò a cercare il corpicino della più piccola. Finché non vide il suo cappotto arrotolato tra i sassi. Lo prese per un lembo e vide sua figlia. La piccola era sopravvissuta; aveva la bava alla bocca, ma era viva.

Quindi il 7 aprile del 1944 furono uccisi tre uomini anziani a Gallo e quindici tra bambini, donne e un anziano a Sant’Angelo del Tancia.

Il libro
Bruna Antonelli, la ricercatrice che ha scritto di questo eccidio dimenticato nel libro «La strage nazifascista a Monte San Giovanni in Sabina», edito da Crace, Perugia, ricorda che alla strage parteciparono reparti tedeschi del 1° battaglione del 20° Reggimento SS, il cui comandante era il maggiore Wilcke, e militi fascisti italiani appartenenti alle formazioni della 116a legione della Guardia Nazionale Repubblicana di Rieti.

La partecipazione diretta dei fascisti a queste azioni sanguinarie è avvalorata da un documento a firma del ten. col. Arturo Bornoroni comandante dell’Ufficio Politico Investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, 116a Legione di Rieti che la Antonelli riproduce interamente nel testo.

Il lavoro storico di Bruna Antonelli dimostra, in questa come in altre sue pubblicazioni, che i rastrellamenti, gli eccidi e le stragi di civili inermi e di partigiani avvennero «a seguito di delazioni fasciste o con la partecipazione diretta di fascisti repubblichini».

Inoltre, per quanto riguarda le responsabilità politiche, la Antonelli riporta il documento-denuncia inviato all’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo (Roma) il 30 ottobre 1944 al procuratore del Regno di Rieti, in cui si attestano le malefatte del podestà del paese e del maestro Pietro Galassetti.

Ricordiamo che all’alba del medesimo 7 aprile 1944 un nucleo di circa trenta partigiani della «Brigata Stalin» e del fronte militare clandestino di Roma, fu attaccato all’Arcucciola del Monte Tancia. Dopo 9 ore di combattimento sette di loro vi lasciarono la vita. Altri tre furono uccisi a Castel San Pietro all’osteria di Salivano.

È ora di ricordare.

Fonte:

    http://www.sinistrarieti.net/
    http://www.ilmanifesto.it Monte Tancia aprile 1944
    http://www.storiaxxisecolo.it/resistenza/lazio/ Centro studi sulla Resistenza Pasqua di sangue sul Monte Tancia in Sabina

Matteo