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Monte Tancia aprile 1944
Il Manifesto 20.04.2010
APERTURA | di Marco Lupo25 APRILE
È ora di ricordare
Aprile 1944, SS e repubblichini salgono il Monte Tancia in Sabina. Quando scendono, nel bosco ci sono 18 morti
Marzo del 1944: una pattuglia nazista che sta cercando i resti di un caccia tedesco abbattuto dagli inglesi nella zona di San Sebastiano trova una camionetta con il corpo di un maresciallo tedesco ucciso dai partigiani. Siamo nella Bassa Sabina, dove a partire dal giorno dell’armistizio i nazifascisti rastrellano tutte le piccole frazioni e i borghi in cerca di uomini e giovani da arruolare nella Repubblica di Salò. Intanto le file dei partigiani si ingrossano di renitenti alla leva, e spesso anche di giovani repubblichini.
A fine marzo i nazifascisti danno inizio alla rappresaglia: nella frazione di Gallo, otto civili vengono prelevati e condotti al carcere di Santa Scolastica di Rieti. Il parroco di Monte San Giovanni in Sabina, Giulio Ballarin, scrive subito una lettera al vescovo di Rieti Benigno Luciano Migliorini, informandolo dei fatti, e chiedendogli di intervenire. Inaspettatamente, gli uomini arrestati a Gallo vengono liberati.
7 aprile 1944
All’alba i camion tedeschi salgono sulle mulattiere che portano alle frazioni di Gallo e Sant’Angelo del Monte Tancia, due frazioni di Monte di San Giovanni in Sabina (Rieti). Gli uomini, nel timore del solito rastrellamento, si sono nascosti nei boschi, mentre le donne, i vecchi e i bambini restano nelle loro case. A Gallo, nelle prime ore del mattino, vengono uccisi tre anziani: hanno 73, 70 e 76 anni.Intanto tedeschi e fascisti hanno accerchiato l’intera zona. Tre bambini vengono svegliati dalla madre per portare il bestiame al pascolo. Mentre sono occupati a condurre gli animali su un prato, sentono gli spari, e subito dopo le pallottole sibilanti. La più piccola dei tre bambini, undicenne, viene ferita ad una gamba ma si salva perché riesce a fuggire con gli altri due nel bosco. La bambina ferita si chiama Adriana Bonacasata, e ricorda perfettamente di aver sentito voci in italiano, mentre le sparavano. Infatti il prefetto di Rieti, Ermanno di Marsciano, ha invocato più volte l’aiuto dei tedeschi per rastrellare i ribelli e ora guida lui stesso i nazisti verso le case dei contadini, come testimoniato da Padre Gaetano Villa in una relazione al vescovo di Rieti.
I nazifascisti, arrivati alla frazione di Sant’Angelo, strappano le donne e i bambini dalle case e li spingono con forza nella cappella, sparano agli animali e li decapitano, mentre danno fuoco alle case. Per alcune ore le donne e i bambini pregano davanti all’altare della chiesa di San Michele Arcangelo. Verso le 16:30 vengono spinti fuori, alla luce del sole, e costretti a camminare per un centinaio di metri. Arrivati a una piccola siepe, sono costretti a saltarci sopra per cercare di scavalcarla. Un ragazzino tenta la fuga, fa trenta metri, e una fucilata lo abbatte. Gli altri vengono mitragliati sul posto: quattro madri (una incinta di sette mesi), una bambina di due anni, due bambini di quattro e due di sei, un bambino di nove anni e una bambina di undici, una ragazza di diciotto e la zia, più un vecchio di ottantaquattro anni.
Era Venerdì Santo, il 7 aprile del 1944. Oltre ai morti ci sono stati dei superstiti. Per esempio una bimba di tre mesi e una di sette anni. La madre, che qualche ora dopo sarebbe stata assassinata, stava stendendo le lenzuola, quando capì che erano arrivati i nazifascisti. Non poteva immaginare cosa sarebbe successo, ma per sicurezza avvolse la più piccola nel cappotto del marito, che era andato a rifugiarsi nei boschi. Alla sorellina più grande raccomandò di badare a quel fagotto che conteneva la piccola di pochi mesi, e lo depose tra i sassi. Poi, con l’intenzione di prendere degli abiti più pesanti, la madre andò a casa sua, e lì i tedeschi la fermarono. Non ci fu il tempo per tornare indietro. La bambina di sette anni, che doveva badare alla sorellina, sentì le grida e scappò. Il fagotto che conteneva la bambina di tre mesi fu ritrovato il giorno dopo dal padre. Giuseppe Bonacasata, tornato a Sant’Angelo, cercava la moglie e i suoi otto figli. Trovò tre dei suoi bambini morti accanto al corpo di sua moglie. Disperato, iniziò a cercare il corpicino della più piccola. Finché non vide il suo cappotto arrotolato tra i sassi. Lo prese per un lembo e vide sua figlia. La piccola era sopravvissuta; aveva la bava alla bocca, ma era viva.
Quindi il 7 aprile del 1944 furono uccisi tre uomini anziani a Gallo e quindici tra bambini, donne e un anziano a Sant’Angelo del Tancia.
Il libro
Bruna Antonelli, la ricercatrice che ha scritto di questo eccidio dimenticato nel libro «La strage nazifascista a Monte San Giovanni in Sabina», edito da Crace, Perugia, ricorda che alla strage parteciparono reparti tedeschi del 1° battaglione del 20° Reggimento SS, il cui comandante era il maggiore Wilcke, e militi fascisti italiani appartenenti alle formazioni della 116a legione della Guardia Nazionale Repubblicana di Rieti.La partecipazione diretta dei fascisti a queste azioni sanguinarie è avvalorata da un documento a firma del ten. col. Arturo Bornoroni comandante dell’Ufficio Politico Investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, 116a Legione di Rieti che la Antonelli riproduce interamente nel testo.
Il lavoro storico di Bruna Antonelli dimostra, in questa come in altre sue pubblicazioni, che i rastrellamenti, gli eccidi e le stragi di civili inermi e di partigiani avvennero «a seguito di delazioni fasciste o con la partecipazione diretta di fascisti repubblichini».
Inoltre, per quanto riguarda le responsabilità politiche, la Antonelli riporta il documento-denuncia inviato all’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo (Roma) il 30 ottobre 1944 al procuratore del Regno di Rieti, in cui si attestano le malefatte del podestà del paese e del maestro Pietro Galassetti.
Ricordiamo che all’alba del medesimo 7 aprile 1944 un nucleo di circa trenta partigiani della «Brigata Stalin» e del fronte militare clandestino di Roma, fu attaccato all’Arcucciola del Monte Tancia. Dopo 9 ore di combattimento sette di loro vi lasciarono la vita. Altri tre furono uccisi a Castel San Pietro all’osteria di Salivano.
È ora di ricordare.
Fonte:
- http://www.sinistrarieti.net/
http://www.ilmanifesto.it Monte Tancia aprile 1944
http://www.storiaxxisecolo.it/resistenza/lazio/ Centro studi sulla Resistenza Pasqua di sangue sul Monte Tancia in Sabina
Matteo
Sinistra Storia: Azione Socialista Cicignano Collevecchio Lavoratori della Terra Lotte Contadine Magliano Sabina Omero Schiassi Poggio Sommavilla Sabina Sciopero Socialismo
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Storia di lotte dei lavoratori della terra in Sabina
Le lotte contadine a Magliano in Sabina e dintorni.

Nel 1904 Magliano Sabina fu al centro di scioperi contadini di risonanza nazionale.
Già dai primi anni del secolo, la Federazione dei Lavoratori della Terra puntò a far divenire le Leghe, delle vere e proprie controparti, inseguendo un’ottica organizzativa capace di superare il contingente. Tra i dirigenti investiti da questo compito va sicuramente ricordato Omero Schiassi, la cui opera fu spesso brutalmente ostacolata dalla repressione statale. In particolare, non era gradita la particolare forma di lotta consistente nel condurre in città il bestiame, ornato con nastri rossi, in una sorta di riconsegna ai proprietari riottosi alle trattative.
Questa forma di protesta caratterizzò anche il grande sciopero ( agosto 1920) dei contadini della piana reatina che si rifiutarono di mungere e nutrire il bestiame. Siamo di fronte a delle lotte difficili per la loro radicalità. Dato il legame tra gli animali e i contadini, è sicuramente riduttivo caratterizzare questo tipo di protesta come una mera astensione dal lavoro. I lamenti delle bestie, nel caso dello sciopero di Rieti, furuno udite per giorni a chilometri di distanza e nei paesi del circondario.
L’articolo riportato nella pagina mostra l’importanza data dai giornali socialisti alla lotta dei contadini maglianesi ma anche alla conseguente repressione dei padroni che portò allo scioglimento del consiglio comunale e della Lega.
Sempre a Magliano, nel 1920, dunque prima dell’avvento del Fascismo, ripresero gli scioperi dei contadini. Numerosi furono gli scontri armati con le forze dell’ordine e le prime squadre fasciste, durante i quali gli scioperanti, uccisero tra l’altro, un carabiniere.
Da Azione Socialista, organo settimanale della sezione socialista di Brindisi
Anno I numero 35, 18 settembre 1904
Brutti sintomi.
Quel che è successo a Magliano Sabina è un fatto tale che assume politicamente importanza maggiore dell’eccidio di Buggerru.
L’intero Consiglio Comunale chiamato in Municipio per discutere…sulla soluzione dello sciopero dei contadini, viene arrestato.
Il delegato della P.S. si reca alla Lega, che trova chiusa, ne atterra la porta d’ingresso a colpi d’accetta, entra con i suoi sgherri, mette tutto sottosopra, sequestra bandiera e registri e dichiara sciolta l’organizzazione.
Diciamo che ciò è sintomo grave più di Buggerru. Poichè sinora, in questa epoca di relativa libertà giolittiana, s’erano visti fioccare i sequestri di stampa, proibire conferenze, comizi ecc., mandare i soldati a sostituire gli scioperanti e magari a fucilarli ma per avanzo di pudore di vecchia baldracca imbellettata,
la libero-ribalderia governativa non aveva ancore sciolte violentemente le organizzazioni proletarie.
Un eccidio lo si può spiegare dato un certo stato psicologico di qualche gallonato o sindacuccio epilettico, nevrastenico o alcoolizzato o affetto da mania omicida ma non si spiega il premeditato scioglimento di una Lega e l’arresto dei capi se non come un sintomo d’un nuovo orientamento governativo che in occasione del lieto evento Giolitti vuole inaugurare a braccio del paciuccone Sarto visto che gli sfuggì l’amplesso con la sirena estrema.Stiamo in guardia !
Il sovversivo Omero Schiassi.
Ecco come Omero Schiassi si guadagnò il ritratto di “sovversivo” trasmesso dalla Prefettura di Bologna al Ministero degli Interni:
“… Portamento disinvolto, espressione fisionomica simpatica, abbigliamento abituale decente… In S. Giorgio di Piano, disprezzato e malvisto da quei possidenti che veggono in lui un demagogo sovvertitore della tranquillità di un tempo. All’infuori di professare principi socialisti e di farne attivissima propaganda, nulla può dirsi sulla sua condotta morale. Di carattere impulsivo, facile agli entusiasmi, ha educazione distinta, intelligenza aperta e pronta e cultura non comune”.
Fonte:http://retere.jimdo.com/le-prime-lotte-contadine/
Interessante dispensa, Nel ricordo di Omero Schiassi dal http://www.comune.bologna.it/storiaamministrativa/media/files/nel_ricordo_di_omero_schiassi_1.pdf un uomo di pace, un difensore dei lavoratori, che concepiva la vita come missione in difesa dei più svantaggiati.
Memorie da diffondere e tenere costantemente vive.
Matteo
Articoli di Giornale Sinistra: Comunismo Dittatura del Proletariato Il Manifesto Satira Sinistra Socialismo
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Comunismo all’italiana ?
Da il manifesto del 17 dicembre 2009
DITTATURA DEL PROLETARIATO
Valerio Evangelisti«”Socializzeremo tutto, eccetto i barbieri”» disse Paolo Ferrero, esausto, posando l’AK 47 su un tavolo del Viminale. «È una frase bellissima. Lenin?» Chiese Oliviero Diliberto, mentre cercava di togliere la polvere dalla divisa grigio verde.
Alle sue spalle Marco Rizzo, suo eterno contestatore, stava posando con precauzione il bazooka. «ma che stronzata. Lenin non si è mai occupato di barbieri. Sarà un altro teorico.»
«Infatti» sorrise Ferrero. «Si tratta di Mario Tanassi, segretario del Partito Socialdemocratico prima di Mani Pulite.» «Perché i barbieri no?» chiese Diliberto.
«Tanassi rettificò durante una Tribuna Politica. Anche i barbieri erano da socializzare.»
Il dialogo si svolgeva mentre nelle strade si combatteva ancora. Le milizie del CPO Gramigna avevano ormai preso Montecitorio. Quelle del Crash di Bologna occupavano tutta l’area da ponte Milvio a piazza del Popolo. Il Vittoria di Milano presidiava la stazione Termini. Il colpo di Stato fascista era fallito, si combatteva in ogni città italiana. A tutti era chiaro che a Roma si svolgeva la battaglia decisiva, specie dopo la fuga del Papa ad Avignone
Nei cortili giungeva il fragore delle fucilazioni. «Questo deve essere Gasparri, oppure La Russa» osservò Ferrero, rassegnato.
«No, è D’Alema» disse secco Ferrando, che entrava in quel momento. «Come ultimo desiderio ha chiesto di avere l’estremo rapporto carnale con Berlusconi. Non è stato possibile accontentarlo.»
Si curvarono tutti sulla carta geografica, come se potesse fornire chissà quali risposte. Ferrero guardò da sotto gli occhiali, che erano scesi sulla punta del naso, come sempre. La forma del suo naso era adatta allo scopo. «Adesso si tratta di realizzare il comunismo. Qualche idea?»
Fernando parlò con sicurezza. «A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità. È facile.»
«Facile?» Ferrero rialzò gli occhiali. Era la prima volta in vita sua che lo faceva. «Barbieri a parte, chi potrebbe gestire enormi complessi industriali? E le ferrovie? Le telecomunicazioni? Gli impianti siderurgici?»
«Forse dovremmo sentire Toni Negri» propose Sergio Bologna dal fondo della sala. «Lui aveva il merito di idee ben precise.»
Ferrero annuì. «Ottima proposta. Portatemi qua Negri. O magari Casarini.»
Ferrando assunse un’espressione desolata. «Fucilati tutti e due. Pochi minuti fa.»
«Ma perché?»
«il comitato di salute pubblica li ha definiti deviazionisti. Sostenevano l’assimilazione degli ex ceti medi al proletariato.»
Senza dare nell’occhio, Sergio Bologna infilò la porta.
Ferrero sospirò e scartò la mappa. «Basta. Dobbiamo fare il comunismo. Siamo nella fase transitoria definita “dittatura del proletariato”. Non c’è che lo Stato che possa gestire strutture produttive di grande ampiezza. È il socialismo. A ciascuno secondo il suo lavoro, da ciascuno secondo le sue capacità.» Guardò Ferrando. «Dico bene?»
«In teoria si» rispose il leader trotzkista «però sarebbe capitalismo di Stato. Nulla a che vedere con il comunismo.»
«D’accordo, però ci faremo gestire i grandi impianti?»
«Si può pensare a soviet di lavoratori che eleggano il loro manager.»
«Per un periodo transitorio.»
«Certo, transitorio.»
Si fece avanti Marco Rizzo. «Se permettete, andrebbe individuato un capitalista che guidi mezzi di informazione, attività finanziarie, ma anche sistemi di comunicazione, gruppi assicurativi. Il soviet voterebbe per lui come primo manager, a larga maggioranza. Lo fecero anche in Russia, durante la NEP.»
Ferrero scosse il capo. «Non esiste un tipo così.»
«Sì che esiste» disse Ferrando. «Silvio Berlusconi.»
«Non l’hai già fucilato?»
«No. E lì il cortile che aspetta il plotone d’esecuzione.»
«Portalo qui subito!»
Poco dopo Berlusconi faceva il suo ingresso scortato da due guardie dell’Officina 99 di Napoli. Diliberto gli lanciò un’occhiata carica di disprezzo. L’ex presidente del consiglio appariva invecchiato e affaticato: tuttavia non mancava di vivacità.
«Eccolo qua, il fascista.»
«Mai stato fascista, non credete alle calunnie dei giornali.» Berlusconi sono si frugò sotto la giacca tutta spiegazzata. «Posso anzi mostrarvi la tessera del partito bielorusso Comunisti per la Democrazia, firmata dal compagno Lukashenko in persona.»
«Non ci basta» replicò Diliberto, a muso duro.
«Non siate ingrati. Quando tutti sostenevano che i comunisti non esistevano più, ero l’unico a dire che c’eravate ancora.»
L’osservazione colpì positivamente tutti i presenti. Ferrero finì con l’annuire. «C’è un fondo di verità. Ma non è sufficiente a salvarle la vita.»
Berlusconi non si lasciò smontare. «Cosa diceva il compagno Lenin? Che il comunismo sono il soviet più l’elettrificazione. Voi mettete i soviet io l’elettrificazione. Credetemi, sarò un presidente proletario.»
Ferrando, che sembrava il più perplesso, parve convincersi: si accarezzò la barba che non pettinava da trent’anni.
«Be’, si può provare» mormorò.
«Sì, sono d’accordo» disse Rizzo.
Ferrero guardò Diliberto, che gli fece un cenno di consenso. «È sia.» Chiamò un miliziano del CPO Gramigna. «Metti quest’uomo in libertà. Fallo scendere in cortile.»
«Subito!» Il miliziano accompagnò Berlusconi alla finestra e lo gettò di sotto. Si udirono un urlo e un tonfo.
«Ma che ti prende?» urlarono tutti.
Il miliziano tolse la pistola dalla fondina e la brandì. «Compagni, la dittatura del proletariato è finita. Inizia la fase successiva. Quella dell’estinzione dello Stato.»
E come si suol dire in giro, dividetevi e moltiplicatevi !
Matteo




